All’indomani del primo lockdown del 2020, il ricorso massiccio allo smart working (insieme all’azzeramento degli spostamenti) aveva messo in evidenza una serie di ricadute positive sotto il profilo ambientale:

- qualità dell’aria migliorata soprattutto nelle metropoli più popolose;
- specie animali e vegetali che erano tornate a riconquistarsi spazi urbani;
- crollo delle emissioni di Co2;
- una percezione generale di maggiore pulizia dell’ambiente (come dimenticare le immagini a reti unificate delle acque dei canali di Venezia, per l’occasione terse e trasparenti come quelle dei laghetti di montagna?).


Adesso, dopo oltre un anno di chiusure a intermittenza, di lavoro totalmente da casa alternato a una modalità ibrida (che sembra la soluzione destinata a consolidarsi, soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti “knowledge worker”, i lavoratori della conoscenza), il dibattito è più aperto che mai. Perché, se il lavoro da casa implica ad esempio una riduzione significativa del traffico giornaliero su strada da e per le città, è anche vero che quello da remoto produce un consumo importante di energia elettrica dal momento che ha moltiplicato a livello esponenziale il ricorso alle infrastrutture digitali come, molto banalmente, le mail inviate e ricevute (molte di più rispetto a quando “ci si parlava” da una scrivania all’altra, lungo i corridoi degli uffici e davanti all’indimenticata macchinetta del caffè).
 
Gli archivi digitali, inoltre, i cloud, hanno strutture fisiche, i cosiddetti data center, che da oltre un anno a questa parte sono aumentati vertiginosamente e – per poter esistere – consumano naturalmente energia.
Tuttavia, secondo il report “Homeworking”, condotto dal Carbon Trust in cinque Paesi dell'Unione Europea (Repubblica Ceca, Germania, Italia, Spagna, Svezia) e nel Regno Unito, attraverso il ricorso allo smart working potremmo evitare emissioni fino a 8,7 megatonnellate di Co2 all'anno (l'equivalente di circa 60 milioni di voli Londra-Berlino).
 
Stabilire se lo smart working sia una soluzione sostenibile oppure no è pressoché impossibile, dal momento che ogni Paese, ogni azienda e ogni lavoratore contribuisce a comporre uno scenario mutevole e difficile da fotografare. La pandemia è stata un acceleratore formidabile del lavoro da remoto, ne ha messo in evidenza pro e contro. Sta a ogni decisore cercare la soluzione più adatta al proprio business nel segno della sostenibilità ambientale.